La fogna

Qualcuno (che non merita di essere nominato non per quello che ha detto ma per quello che è) ha detto recentemente che “Napoli è una fogna”, riferendosi alla situazione generale di quella città ed in particolare ai fatti accaduti negli ultimi giorni, cioè i soliti morti ammazzati che hanno fatto notizia e a poco altro diverso dal solito. Dunque, separando nettamente quello che è stato detto da chi l’ha detto, concordo pienamente con la frase: sì, Napoli è una fogna e negarlo sarebbe nascondersi ipocritamente dietro un dito.

Ma questo è banale e lo sapevamo già. Mi domando solo perché il tema sia tornaro alla ribalta così all’improvviso e fortemente quando la situazione là è quella da sempre, tra alti e bassi.

Quello che forse non è così banale è che anche Milano, per esempio, può essere considerata una fogna. Sì perché non dimentichiamoci che è il centro ideale e reale della finanza italiana, e quindi dell’economia italiana, e sappiamo bene cosa questo significhi: dalla Milano da bere anni ’80 a Mani pulite, ai vari scandali scandalini e scandalucci di cui abbiamo saputo e non abbiamo saputo, tanto per dire qualcosa che il sottoscritto ricorda bene (e non sono abbastanza vecchio per ricordare cose degli anni ’70). Non che le altre città stiano messe molto meglio, ma ai fini di questo breve scritto un esempio vale l’altro (vogliamo parlare di Palermo o di Torino? La musica non cambia.)

Ora vediamo che tra la città più ricca e quella meno ricca d’Italia esiste un trait d’union molto evidente anche al più feroce dei nordisti, e questo elemento accomunante è quell’indefinibile quid che contraddistingue gli Italiani dai Francesi, dai Tedeschi e da tutti gli altri popoli, quel non so che che ci rende unici nella nostra Storia, nell’arte, nella cucina, nel modo di vivere disorganizzato ma sempre in qualche modo vincente. Insomma, quello che unisce idealmente un Nord produttivo e un Sud che se la spassa è questo modo di essere italiani, di essere quelli che alla fine se la cavano sempre anche se sono semplici improvvisatori, furbacchioni o semplici incoscenti.

Negli ultimi mesi ho respirato ogni ora di ogni giorno questa atmosfera nel mio lavoro: abbiamo ottenuto risultati straordinari, ma sfido qualunque teorico del caos, della complessità, dell’organizzazione aziendale a capire come certe cose possano saltar fuori! In questi mesi ho vissuto l’italianità più pura, distillata, lavorando a più progetti contemporaneamente, di dimensioni diverse, in contesti diversi, e la solfa è stata sempre la medesima: un rifiuto categorico, evidente per chi lo sa vedere, del concetto di importanza dell’organizzazione.

Ora questo può sembrare poco in argomento con la trista storia d’Italia, ma in realtà credo ne sia una delle componenti fondamentali. Infatti, osservando la realtà di tutti i giorni, parlando con colleghi e amici, la musica è sempre quella: realtà in cui non si capisce chi fa cosa e come, errori su errori, pezze su pezze. Può darsi che io sia una persona sfortunata che conosce solo persone sfortunate, ma non credo. Quindi per induzione, suppongo che questo modus operandi possa essere esteso a tutta Italia, a tutti gli Italiani, le singole persone che ogni giorno subiscono il caos e contribuiscono a crearlo e sostenerlo, ogni giorno, ogni minuto. Infatti guardo per esempio all’attuale governo (e non voglio parlare del precedente, per carità): una tipica accozzaglia all’italiana, dove il coro non esiste e ognuno dice la sua, anzi la urla, sgomitando in continuazione per avere il proprio attimo di attenzione sul palcoscenico, ma che dico, sulla sgangerata pedana della politica italiana. Questi politici sono il nostro esempio, queste persone siamo noi, ed è inutile che ce ne lamentiamo, non solo perché là li abbiamo mandati noi (ma l’altro schieramento è uguale da questo punto di vista) ma perché non esiste politico diverso da questi, perché sono noi, e noi siamo tutti Italiani, siamo tutti dei grandissimi arrabattoni individualisti.

E la cosa più triste è che pare che nessuno faccia niente per cambiare le cose, ma questo è un discorso che richiederebbe troppo tempo per essere dipanato ed inteso.

In questi mesi non ho neanche avuto la forza di scrivere due righe in questo mio, ma ho certamente accumulato un’esperienza incredibile in fatto di organizzazione, almeno nel lavoro. Questo non vuol dire che io abbia imparato cosa fare per organizzare, ma sicuramente ho vissuto in prima persona la mancanza di organizzazione e forse ora so di più su cosa non fare.

Rigore!

Negli ultimi giorni ho avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo surreale insieme a tutti gli altri miei concittadini: la farsa della politica italiana, dove arrabbiatissimi politicanti bisticciano e schiamazzano senza permettere al povero cittadino di capire nulla.

Proprio quando ci liberiamo di una destra che non è una parte politica ma perlopiù un covo di delinquenti, ecco che spunta fuori il caso “Piedi puliti”, com’è stato ribattezzato il problemino che ha creato Moggi con i suoi compagni di merende al calcio italiano.

Ma la cosa più triste è che, sinceramente, non sono sorpreso: come dire, “me l’aspettavo”, in un Paese dove sicuramente qualunque sostantivo avrà prima o poi posto di fianco all’aggettivo “pulito”, c’era da aspettarsi che il giocattolo preferito dagli italiani fosse truccato.

Un Paese marcio a tutti i livelli, ovunque si metta la mano la superficie apparentemente liscia cede e si finisce nel marcio, vi si affonda e si rischia di non trovare null’altro che marcio, essendo costretti infine a gettare via il frutto perché immangiabile, inutile anzi dannoso per la salute: peccato che questo “frutto marcio” siamo noi tutti italiani, persone reali in carne ed ossa e non metaforiche, persone che a tutti gli effetti creano il “marcio”, con la nostra immoralità e il nostro lassismo.

Chi da la colpa di tutto alla sola politica non ha capito un bel niente di come funzionano le cose: ognuno di noi è responsabile o perché agisce in maniera immorale o permette, anche al politico, di agire in tal maniera. Ma potrei mai pretendere che un lassista capisca o accetti questo? No, certo.
E’ triste vivere in un Paese che ti fa vergognare di esserci nato, e questa è l’ennesima volta, non certo la prima e non certo l’ultima.

Essere, ma cosa? E come?

Essere o non essere: non è questo il dilemma. Se non sei, non è una questione che puoi porti (per quanto ne sappiamo), dunque meglio essere per pensare ad un problema a mio giudizio molto più interessante: cosa essere.

E’ interessante non solo per il merito, ma anche per la modalità attraverso cui si può arrivare ad essere qualcosa. Non entro nel dettaglio delle qualità secondo cui giudicare cosa si è, cosa si vorrebbe essere, ma cosa si può essere. Parto dal presupposto che non sono un sostenitore della possibilità del libero arbitrio, ossia se esso esista: probabilmente esiste, è una nostra facoltà, ma lo giudico una specie di trucco che abbiamo dovuto inventare per far funzionare il meccanismo sociale.

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Diavolo

Ho sempre adorato conoscere il significato di qualunque cosa mi sia trovato ad osservare, sia materiale che intellettuale, ed ho sempre avuto una grande passione nel cercare di capire il funzionamento dei meccanismi, di qualunque tipo essi fossero.

Uno di questi è la parola, piccolo elemento umano che racchiude in sé sia un’idea che un meccanismo, ed è essa stessa un’idea in quanto facente parte dello scibile umano. E’ come idea in sé, come meccanismo, anche se non ci si pensa forse mai, è piuttosto complesso ed affascinante.

Non voglio parlare di ciò che non conosco, ma la parola è il principale mezzo di trasporto dell’esperienza e della conoscenza, insieme all’esempio pratico. In questo ruolo, la parola assume un’importanza infinitamente grande per l’uomo, e questo è ovvio; un po’ meno ovvio è che, diciamo “con l’uso”, la parola si logora, o si ingigantisce, o si trasforma, portando lo stesso effetto su quello che originariamente significava, ed anzi in alcuni casi assumendosi la responsabilità  di portare nel mondo un nuovo significato, di creare qualcosa, quasi fosse un’entità autonoma in grado di generare altre entità dal nulla.

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Pensar male

Anche se a pensar male molto spesso ci si azzecca, a forza di pensare male si può diventare maligni.

Quindi: meglio diventare maligni per prevenire le fregature ed evitare di vivere male o vivere male perchè si è diventati maligni e non si sa più riconoscere il bello e il buono della vita?

dotComunista!

Alla faccia di Silvio e dei suoi scagnozzi che continuano a gridare al comunista, ecco cosa succede nel mondo informatico (e direi a questo punto nel mondo) attraverso The dotCommunist Manifesto.

Qui si parla di libertà ad ogni livello, e soprattutto di cultura libera, laddove nello specifico per cultura si intende soprattutto le idee che stanno dietro al software, ma per riflesso il discorso può tranquillamente essere esteso a tutta la cultura.

Come osservazione personale, direi che si evince che chi grida al comunista è in malafede, perché il suo unico obiettivo è quello di proteggere un sistema di potere basato sulla secretazione di certe idee, di certe informazioni, che se diffuse farebbero crollare l’intero sistema. Uno di questi meccanismi è proprio il copyright che, attraverso le sue varie forme legali come il brevetto, da meccanismo per incentivare l’innovazione è diventato il principio di ogni male nelle mani dei colossi del potere, che non sono più i governi ma le multinazionali e, nella loro forma meno evidente, i centri finanziari che, come piovre, hanno i loro interessi ovunque e ci tengono molto a mantenerli intatti.

Attenti al comunista o attenti all’anti-comunista?

Il futuro dell’Umanità

Umanità con la “u” maiuscola? Personalmente mi sembra un controsenso, in quanto la maiuscola ha un ben specifico significato: il rispetto. Il rispetto per chi legge, laddove si evidenzia che una nuova frase sta cominciando, all’inizio di uno scritto o dopo un punto, che di per sé è un segno violento, che tronca la frase, ferma il pensiero. Rispetto per una specifica persona, quando lo si nomina citando il suo identificativo personale, con nome o cognome. Rispetto per le idee quando sono troppo grandi per essere comprese o spiegate, o semplicemente “troppo”, come dio (che mi piace in ogni caso scrivere con la minuscola) o, appunto, l’Umanità. Nome collettivo che indica “tutti noi che siamo intelligenti”, ancorchè non siamo ancora capaci di definire l’Intelligenza nonostante essa ci definisca. Allora perchè l’Umanità è un controsenso, con la maiuscola o senza?

Lo è perché sta andando contro se stessa. Noi stiamo andando contro noi stessi, ci stiamo autodistruggendo, giorno dopo giorno, insensatezza dopo insensatezza. Stiamo andando contro natura, o Natura, con la maiuscola proprio perché non ne capiamo la grandezza, l’immensità, la profondità. La Natura o la Vita, sono la stessa cosa, la Vita che non comprendiamo nella sua essenza, che è, forse, semplicemente quella di perpetuarsi in se stessa, sempre uguale, sempre diversa. La Natura, la Vita, o dio… il quale non ci ascolta pare, semplicemente perché pretendiamo che ci risponda nella maniera a noi più naturale, imponendo all’Essere di essere ciò che noi pensiamo che esso debba essere, ulteriore sciocco atto di superbia.

Noi siamo creature della Natura, il cui fine potrebbe essere semplicemente quello di perpetuarsi. Per quanto ci è dato di capire, anche qui cercando di imporre un fine solo perché non siamo in grado di concepire l’infinito che fine (o scopo) non ha. Allora quale può essere il futuro dell’Umanità, quando essa è parte integrante della Natura anche se non vogliamo ammetterlo? L’intelligenza che ci definisce è ostacolo alla Vita oppure è semplicemente un altro mezzo che la Natura ha escogitato per perpetuarsi? Siamo fine, come ci piace pensare, o mezzo, per arrivare laddove essa vuole che si arrivi, supponendo che ci sia esplicita volizione? Detto in altri termini, l’Umanità è eterna e uguale a se stessa, o deve finire perché cominci qualcos’altro che aiuteremo a creare, col nostro atteggiamento autodistruttivo, e che non possiamo comprendere perché sarà il prossimo mezzo con cui la Vita perpetuerà se medesima?

Il futuro dell’Umanità è dunque segnato. Il futuro, beffardamente, è in ogni caso un concetto umano senza necessaria corrispondenza con la realtà, supposto che a sua volta esista.