Essere, ma cosa? E come?

Essere o non essere: non è questo il dilemma. Se non sei, non è una questione che puoi porti (per quanto ne sappiamo), dunque meglio essere per pensare ad un problema a mio giudizio molto più interessante: cosa essere.

E’ interessante non solo per il merito, ma anche per la modalità attraverso cui si può arrivare ad essere qualcosa. Non entro nel dettaglio delle qualità secondo cui giudicare cosa si è, cosa si vorrebbe essere, ma cosa si può essere. Parto dal presupposto che non sono un sostenitore della possibilità del libero arbitrio, ossia se esso esista: probabilmente esiste, è una nostra facoltà, ma lo giudico una specie di trucco che abbiamo dovuto inventare per far funzionare il meccanismo sociale.

Infatti, senza il libero arbitrio non esisterebbe la responsabilità, dunque la colpa, dunque la punizione per le proprie azioni giudicate negative. Non a caso è uno dei pilastri su cui si fonda la religione cattolica, che della colpa ne ha fatto strumento di morte, di paura, quindi di controllo. Ed anche i sistemi giudiziari antichi e moderni si fondano sempre sulla responsabilità delle proprie azioni. Negando il libero arbitrio, si nega la giustizia umana, dunque l’elemento che mantiene ordine nel caos, oltre all’imposizione con la forza e la violenza. Esso è direttamente correlato all’imperfezione umana e va a colmare un enorme vuoto che essa ci lascia: la possibilità di conoscere le vere cause di ciò che accade.
E’ certamente cosa che nessuno vorrebbe, il caos, dunque accetto, anche solo per amor di ragionamento, l’esistenza del libero arbitrio. Posto questo, ciò che sindaco è che il libero arbitrio sia qualcosa di così chiaro e cristallino come la sua definizione ideale pretenderebbe che fosse. Voglio dire che esso è modulato (ossia annullato o potenziato) da tutto ciò che noi non siamo, nell’atto del compimento di una qualunque azione. Detto in altri termini, le nostre azioni non sono mai completamente nostre. Anzi, a volte non lo sono per nulla, perchè noi siamo certamente più della somma delle nostre esperienze, abbiamo quel quid che ci rende unici, ma comunque rimaniamo anche, e siamo dunque, il risultato di quella somma.

Quindi è anche vero che non è detto che siamo esattemente e completamente noi stessi sempre quando compiamo un’azione e, per conseguenza, non è detto che siamo sempre e completamente responsabili di ogni azione che compiamo.

Tutto questo per dire che è anche vero che non è detto che riusciamo ad essere quello che vorremmo, e molto più spesso capita che siamo ciò che non vogliamo essere, anche solo perché, nonostante tutti i nostri sforzi, siamo diventati qualcosa che non immaginavamo, o non siamo diventati ciò che desideravamo, come una nave in balia dei venti e governata malamente difficilmente arriva nel porto prefissato, ma sicuramente da qualche parte arriva (anche fosse in fondo al mare).

Per concludere, cosa essere è qualcosa che richiede una certa capacità, uno studio: bisogna imparare ad essere, qualunque cosa si voglia essere, ma non è detto che la vita sia stata così clemente da insegnarcelo o da darci tregua per poterlo imparare.

Quindi la domanda è: si può condannare qualcuno per quello che è? Si può condannare se stessi per aver fallito l’obiettivo?