Il bello e il brutto della Chiesa

Domani mi sposo, e mi sposo in chiesa. Chi mi conosce rimarrà sorpreso, visto il mio convinto ateismo e anticlericalismo. Convinto e pensato e sofferto, visto che, avendo fatto il liceo all’istituto salesiano Valsalice di Torino, l’allontanamento dalla fede cattolica è avvenuto con conoscenza di causa. Le ragioni per cui mi sposo in chiesa non riguardano essenzialmente me, tuttavia, visto che non credo, ho pensato che per me non avrebbe fatto alcuna differenza, mentre per chi crede la differenza e’ fondamentale.
Ho in ogni caso voluto essere trasparente e sincero e comunicare al prete la mia convinta scelta di non credere, e don Marco mi ha stupito proponendomi di formalizzare il mio punto di vista tramite un matrimonio cosiddetto “misto” e un documento ufficiale della Chiesa in cui ho dichiarato di non credere (la formula esatta e’ “matrimonio fra un credente e un battezzato non piu’ credente.”)
Dico “stupito” sinceramente e senza nessuna ironia, in quanto non mi aspettavo un’apertura di questo tipo da parte della Chiesa, un’istituzione notoriamente conservatrice e con una storia di “imposizione” della fede non certo trascurabile, anzi essenziale alla sua attuale esistenza direi.
Don Marco e’ stato estremamente intelligente (anzi, direi scaltro se questo aggettivo non avesse un retrogusto leggermente cinico) a farmi questa proposta, mi ha dimostrato quello che nessuno mi aveva mai mostrato: che la Chiesa puo’ essere aperta, che la Chiesa e’ fatta da persone come tutte le altre, santi e peccatori, che la Chiesa puo’ fare giusto e puo’ sbagliare. Altra cosa da dogmi secondo me arbitrari ed autoreferenti tipo l’infallibilità papale.
Dopo questa piacevolissima sorpresa, ecco l’altra faccia della medaglia: don Toso. Non lo conosco per niente, l’ho visto più o meno tre volte in tutto, appare come lo descrivono (“un tipo strano”) e questo non è eccepibile (ognuno ha il diritto di essere fatto a suo modo) , quindi non voglio giudicarlo, ma sento il dovere di raccontare l’episodio: io e la mia fidanzata siamo andati a trovarlo per chiedere il permesso di usare una chiesa della sua parrocchia e quando ha visto il suddetto documento (comunque già annunciato la volta precedente) si è bloccato per un attimo ed ha esclamato con rabbia: “Ma siete proprio ignoranti!”. Poi ha biascicato qualcosa senza conlcuderlo. Io e la mia fidanzata ci siamo trattenuti dal reagire (incredibile per entrambi) e abbiamo cercato di comunicare col prete in maniera razionale, dopo poco è caduto il discorso e il don ci ha accomiatati.

Morale della favola: la Chiesa è proprio fatta da santi e peccatori, da semplici persone con i loro pregi e i loro difetti. I due episodi che ho citato brevemente non fanno altro che rafforzare, tramite i due preti protagonisti, quello che con grande sofferenza sono arrivato a capire con gli anni: nella Chiesa non c’è nulla di divino se non ci si crede. Il credere è una scelta che non dovrebbe tradursi in sole vane parole o in atti banali (tipo andare in chiesa alla domenica e confessarsi due volte all’anno) ma dovrebbe permeare completamente la persona e di conseguenza le sue azioni. Anche per questo ho voluto firmare quel documento, non solo per coerenza verso le mie idee, ma anche per rientrare in statistiche che magari possono non far piacere alla gerarchia ecclesiastica, ma hanno l’ottimo pregio di controbilanciare l’ipocrisia profonda e dilagante del “credente” cattolico medio.

Il credere è qualcosa che per sua natura dipende da una scelta e non da un’imposizione.
Forse questo è il più grande errore della Chiesa e probabilmente è troppo tardi per rimediare.